Libano, Sawt al tofola “La voce dell’infanzia”, Nelly Chidiac racconta la sua vita dedicata ai più deboli

“Durante la guerra d’Israele, prendevo la macchina della Croce Rossa e andavo a visitare i rifugiati nelle scuole della mia area, 58 scuole piene  di famiglie che venivano dal sud del Libano…non dimenticherò mai le ambulanze…”. Entrare nei ricordi di chi ha vissuto il dramma della guerra come Nelly Chidiac, sembra quasi una violazione, quella di uno spazio intimo in cui il dolore mette radici e negli anni resta nella memoria, anche quando la guerra non c’è più. Ma riuscire a fare di questo dolore un punto di forza donandosi agli altri, è forse la vittoria più grande e Nelly Chidiac ne ha fatto un must, dedicando la sua vita a chi ha bisogno di aiuto. Moglie di un noto avvocato libanese e madre di quattro figli, Nelly non si è mai risparmiata per le giuste cause. Già Presidente della Croce Rossa libanese, ha fondato un’associazione benefica, Sawt al tofol – La voce dell’infanzia, che la impegna a tempo pieno tra carceri, scuole, piazze e convegni. Possiamo incontrarla infatti in piazza a vendere prodotti per beneficienza, o a scuola a dare lezioni di recupero ai ragazzi in difficoltà, o in carcere accanto a chi ha comunque bisogno di conforto, nonché impegnata in convegni e conferenze accanto a ministri e autorità militari e religiose. Una donna forte che ci colpisce per la classe e la semplicità con cui ci ha raccontato il suo donarsi ai più deboli.

 

Come è nata Sawt al tofol?

Si tratta di un dono che il buon Dio mi ha dato con la caratteristica di aiutare  le famiglie bisognose, e dopo essere stata Presidente della Croce Rossa, ho preso la decisione di continuare la mia missione con Sawt al tofol, da me fondata, e che si occupa di persone indigenti che hanno problemi di cui mi faccio carico.

In che modo aiutate i bambini?

Cominciamo dalle famiglie che hanno problemi con il ritardo dei pagamenti delle rette scolastiche. Se il papà è disoccupato gli troviamo un lavoro, o alla madre se lo cerca.

Quale è la condizione dei bambini in Libano e i problemi più gravi che ha riscontrato?

Il Libano è cambiato molto dopo la guerra che è durata quarant’anni ma le famiglie avevano i loro costumi nei villaggi e rispettavano le loro abitudini, tuttavia, in quel momento, il deficit finanziario e il regime divenuto impotente, hanno influito sulla vita quotidiana diventando un ostacolo difficile da decifrare. Direi che tutti i problemi sono gravi, soprattutto sono bambini piccoli o adolescenti fino a 21 anni. Sono bambini. Il problema più grave è quando hanno dei genitori noncuranti, che non sanno nulla, né sanno vivere, né hanno senso civico. Ogni ambiente poi ha i propri problemi e in base al grado di civiltà questi diventano più gravi. la mancanza di consapevolezza dei genitori che hanno trascorso la loro infanzia durante le guerre, porta ad allevare i loro figli senza disciplina e tutto è permesso, il che provoca una generazione futura criminale e drogata, d’altra parte nei villaggi le persone sono povere, le scuole pubbliche non sono di un livello molto alto, i bambini ricorrono alla coltivazione della terra e alla cannabis.

Che cosa pensa delle notizie circolate su alcuni giornali a proposito di abusi sessuali sui bambini libanesi e in particolare sui piccoli rifugiati siriani?

Come ho appena detto, manca una civiltà dovuta alla guerra, nuotiamo in mezzo a tanti problemi, fisici e economici che possono causare molti generi di crimini. Certamente è molto doloroso e contro le nostre convinzioni ma stiamo facendo molto in questo senso anche se ciò richiede tempo perché i nostri mezzi non sono immensi.

Come vi sostenete?

Siamo sempre alla ricerca di sostegno anche se siamo già conosciuti per quello che stiamo facendo, e più facciamo più ci viene chiesto di fare.

Piccole somme ci vengono rimborsate dai singoli perché ciò che viene dall’estero è preso dalle mafie che lo pretendono.

Ha accennato a una sua recente esperienza con i carcerati. Può raccontarcela?

L’esperienza con i carcerati è dolorosa perché in prigione ci sono tutte le categorie: coloro che sono in carcere ma non hanno ancora un  processo in corso, altri che hanno fatto ricorso a grandi nomi libanesi e hanno la fortuna di essere ben trattati.

Il soggiorno in prigione dei giovani non è in un edificio speciale ma in un misto di adulti di cui non ci si può fidare e non ci si può aspettare un comportamento etico. La prigione in Libano è dunque il prodotto di una generazione repressiva.

Quale è il ricordo più toccante della sua esperienza come presidente della Croce Rossa libanese?

Anche con la Croce Rossa una responsabilità da non dimenticare,  un’esperienza che mi ha segnato: aiutare senza fermarsi, dare e donare il proprio sangue, senza dimenticare i soccorritori e i giovani. Tutto un mondo che si annulla per donarsi agli altri senza sosta. Non dimenticherò mai quando tralasciavo me stessa, senza mangiare, senza vedere i miei figli, la mia casa, e soprattutto non dimenticherò i membri con cui ho lavorato come presidente. Durante la guerra d’Israele, prendevo la macchina della Croce Rossa e andavo a visitare i rifugiati nelle scuole della mia area, 58 scuole piene di famiglie che venivano dal sud del Libano. C’era chi doveva partorire e le si facilitava tutto, dal corredo per il bimbo, ai farmaci di routine e al cibo. Non ho dimenticato le ambulanze che non cessavano mai di essere presenti quando c’erano problemi imprevisti.

Quali sono i progetti futuri della vostra organizzazione?

I nostri progetti sono numerosi poiché c’è molto da fare in questo paese. Quest’anno stiamo lavorando sulla salute e l’igiene per lottare contro  i  virus e le malattie tossiche e inoltre stiamo lavorando a un progetto culturale durante il pomeriggio. Un centro culturale che potrà raggruppare i bambini che hanno genitori impegnati o in una situazione finanziaria difficile e in tal modo gli allievi potranno essere seguiti da vicino fino al ritorno dei genitori.